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Primavera Araba:Quando i social network diventano vere e proprie reti sociali

Primavera Araba:Quando i social network diventano vere e proprie reti sociali

La rilevanza mediatica assunta da Facebook e Twitter durante le rivoluzioni nel Nord Africa segna il passaggio dei social network da strumento di intrattenimento a strumento di informazione.

“Twitter revolution”. “Facebook revolution”. Sono solo due dei nomi con i quali è stata ribattezzata la primavera rivoluzionaria che ha investito il Nord Africa fra la fine del 2010 e l’inizio del 2011.
I media hanno enfatizzato l’impatto che i social network hanno avuto sul corso degli eventi, amplificandone il potere percepito dalla popolazione che non ha mancato di portare in trionfo i due social network principali, rendendo loro omaggio con scritte sui muri e sui cartelli nei cortei post rivoluzione. La gratitudine della popolazione verso Facebook e soci in alcuni casi ha sfiorato l’assurdo: in Egitto nei giorni successivi alla caduta del governo, dopo settimane di rivolte, è nata una bambina a cui è stato dato il nome di “Facebook”.

Gesti estremi a parte, il potere dei social network percepito dalla popolazione araba è sicuramente motivato dal fatto che internet è stato il canale sul quale il dissenso ha trovato terreno fertile viaggiando fra la popolazione.
Senza togliere alcun merito alla potenza del web, è necessario ricordare che dietro ad ogni account c’è una persona e le piattaforme virtuali che collegano i vari profili personali sono solamente servizi che possono facilitare la comunicazione. Sicuramente Facebook e Twitter non sono né catalizzatori di idee né entità che parlano al popolo da un pulpito in una piazza affollata. In sintesi: possiamo paragonare queste piattaforme ad un grande pulpito, ma non al pensatore che dall’alto di esso esprime con forza le proprie idee. La capacità di formulare idee rimane sempre e solo in mano alle persone.

Regiminellarete

Due dittature decennali sconfitte da milioni di persone unite prima sui social network e poi nelle piazze

L’affermazione dei social network nella regione araba ha messo a dura prova la repressione esercitata dai governi sulla libertà di espressione dei cittadini. L’invitante sapore della libertà soltanto assaporato è diventato fame di cambiamento.
Prendendo in considerazione i casi di Tunisia ed Egitto possiamo affermare che entrambe le rivolte sono riconducibili a due simili gocce che hanno fatto traboccare due vasi altrettanto simili.

Tunisia

In Tunisia le proteste sono cominciate in seguito all’auto immolazione di Mohammed Bouazizi, un giovane commerciante che si è dato fuoco nella città di Sidi Bouzid in segno di protesta contro i continui abusi di potere della polizia. Le proteste si sono estese da Sidi Bouzid al resto delle città tunisine grazie alle numerose testimonianze video pubblicate sul web. Mentre le forze dell’ordine cercavano di negare l’ingresso dei giornalisti nella città in cui sono sorte le proteste, migliaia di cittadini si sostituivano ai media tradizionali protestando “con una pietra in una mano e un telefono cellulare nell’altra”, diventando web-reporter di quello che stava succedendo. Il rumore provocato sulla rete ha attirato l’attenzione di Al Jazeera che ha completato l’opera di diffusione utilizzando i contenuti trovati su internet per documentare la situazione in televisione, consacrando la rilevanza degli eventi.

Egitto

In Egitto il movimento è nato dopo che la polizia ha torturato e ucciso un giovane, reo di aver pubblicato in rete un video in cui due poliziotti si spartivano una partita di droga.
L’uccisione di Khaled Said ha fatto nascere un movimento silenzioso che si è sviluppato sulla rete soprattutto con un gruppo su Facebook chiamato “We are all Khaled Said” inizialmente gestito anonimamente da Wael Ghonim, l’addetto al marketing della regione araba di Google. Ghonim è poi diventato l’eroe della rivoluzione che ha messo fine ai decenni di regime Mubarak ed è stato nominato come la persona più influente del 2011 secondo il Time. Il gruppo su Facebook da lui creato ha raggiunto rapidamente la quota di 400.000 iscritti arrivando a contarne 2 milioni nel giro di 6 mesi, quando le contestazioni nelle piazze erano ormai cominciate.
In Egitto il dissenso della popolazione è quindi maturato sulla rete e quando, anche grazie al concreto esempio tunisino, si sono affermati i presupposti necessari, si è tradotto in contestazioni reali che hanno interessato centinaia di migliaia di cittadini.

I ruoli chiave di Facebook e Twitter

Le testimonianze della gente in entrambi i paesi hanno viaggiato su una serie di legami che hanno coperto le due intere nazioni. Sui social network questi legami si sono moltiplicati e con essi le voci del dissenso che hanno cominciato ad urlare all’unisono.
In Tunisia le rivolte sono cominciate il 17 dicembre 2010 e, dopo circa un mese di contestazioni, il 14 gennaio il presidente Ben Alì ha lasciato il potere. La partecipazione alle rivolte che ha provocato la caduta del governo tunisino, in carica da 24 anni, si è ripercossa sull’utenza tunisina iscritta a Facebook che ha registrato un significativo aumento dell’8% in un solo mese.

Parallelamente l’utenza di Facebook in Egitto è aumentata considerevolmente passando dai 4 milioni di iscritti rilevati nell’ottobre 2010 ai 6 milioni e mezzo registrati immediatamente dopo la caduta del governo nel marzo 2011, continuando ad aumentare anche successivamente, a testimonianza del protrarsi delle tensioni nel paese.

Se Facebook si è rivelato la piattaforma sulla quale hanno viaggiato i contenuti soprattutto tra i manifestanti uniti dal legame di “amicizia” virtuale, Twitter ha invece svolto il ruolo di database di aggiornamenti brevi e in tempo reale fruibili in tutto il mondo.
Grazie alla limitazione di 140 caratteri imposta dal servizio di microblogging, gli utenti hanno potuto fornire aggiornamenti istantanei dalle piazze, dando vita ad un traffico di interesse internazionale.
Ciò è stato reso possibile grazie alla ricerca per topic (argomento), l’elemento che rende Twitter un innovativo sistema di micro giornalismo personale esteso anche al di fuori del pubblico dei “followers”.

Il sistema di microblogging non era molto affermato in Tunisia ed Egitto ma è possibile tracciare analogie tra il traffico di tweet e il corso degli eventi.

Il volume generato dai tweet riguardanti gli eventi in corso in Tunisia ha conosciuto un notevole picco di traffico il 14 gennaio, il giorno in cui Ben Alì ha lasciato il potere, superando addirittura il traffico totale dei tweet proveniente dall’interno del paese, indice dell’elevata partecipazione straniera nella diffusione delle notizie relative agli eventi tunisini.

In Egitto il traffico dei tweet contenenti i diversi topic utilizzati per identificare le contestazioni è arrivato a toccare quota 80.000 (4 volte il traffico medio del periodo) in coincidenza con la liberazione di Wael Ghonim, il fondatore del gruppo su Facebook da cui iniziarono le contestazioni virtuali.
Il traffico proveniente dall’Egitto è a sua volta raddoppiato nei giorni del 10 e dell’11 febbraio quando cominciava a diffondersi la notizia dell’intenzione di Mubarak di lasciare il potere con la conferma avvenuta il giorno seguente.

Sicuramente i social network sono stati strumenti che hanno permesso alle voci del dissenso di estendersi, raccogliendo consensi. Hanno permesso alla popolazione di contarsi, scoprire di essere numerosi e prendere coraggio. Hanno fornito altresì un terreno fertile per le informazioni scambiate all’interno e fuori dai confini. Sono strumenti che in definitiva rispecchiano i sentimenti della gente in relazione al corso degli eventi.

Ma i social network non formulano idee, non esprimono opinioni politiche e soprattutto non possono agire. Non fanno le rivoluzioni e anche se queste possono nascere da piattaforme web, non si possono portare a termine le rivoluzioni tramite social network.
Se le persone non avessero lasciato il proprio computer per scendere in piazza a protestare, trasformando le reti sociali virtuali in reti sociali reali, il prezioso contributo offerto da Twitter e Facebook sarebbe stato vano.

Giorgio Sappilo

 

Dicembre 2014

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