Intervista al professor Paolo Dalla Sega, direttore artistico delle 6 giornate bresciane a Expo
7 maggio, 4 e 25 giugno, 17 settembre, 1 e 15 ottobre. Saranno queste le date in cui Brescia godrà di alcuni spazi privilegiati per raccontarsi all’interno del Padiglione Italia di Expo. Sei giovedì che a Milano anticiperanno di volta in volta un evento che si svolgerà nei giorni successivi sul territorio bresciano. Abbiamo intervistato Paolo Dalla Sega, il direttore artistico delle giornate, per conoscere il loro percorso a ormai poco meno di un mese dall’avvio di Expo, cercando di anticipare le tematiche e i programmi, ancora da scoprire.
Per cominciare, chi è Paolo Dalla Sega? Com’è arrivato fin qui?
Attualmente vivo con la mia famiglia a Milano e lavoro presso l’Università Cattolica. Il mio paese d’origine è Rovereto in provincia di Trento. Quanto alla mia formazione “scolastica”, ho seguito un percorso molto classico, studiando filologia, e sviluppando parallelamente un percorso un po’ “eretico”, ovvero quello del teatro e dello spettacolo. Così, attorno agli anni ’90, mi è capitato di lavorare nelle città e per le città, cercando di capire se quello che chiamiamo teatro, inteso come esperienza dal vivo, potesse essere veicolo di relazioni, alimentando il senso di comunità tra le persone. Quest’avventura intrapresa con tanti gruppi diversi mi ha portato prima in giro per l’Italia, poi negli Stati Uniti e in Giappone. Molto istruttivo è stato poi far parte nel 2013/2014 della commissione che doveva scegliere la capitale europea della cultura. Infine, l’estate scorsa - e qui arriviamo a noi - ho partecipato a una gara per un incarico che mi sembrava molto interessante: la direzione artistica delle 6 giornate di Brescia all’interno di Expo 2015.
Il suo compito è stato in qualche modo quello di interpretare la “brescianità”. Quali le difficoltà o i vantaggi di questo suo sguardo da esterno?
Sono dell’idea che la progettazione culturale debba nutrirsi di scambi che mettano in relazione persone di diversa provenienza. Non sono un fan delle progettazioni autarchiche perché penso che possano mal interpretare il concetto di identità, in questo caso di “brescianità”. Expo non è una vetrina per cui siamo solo noi a metterci in mostra di fronte agli altri. I padiglioni si parleranno. Il bello di Expo per me è che noi tratteremo contenuti che sono il risultato di scambi: si pensi ad esempio al Bagòss. Questo formaggio prodotto a Bagolino non sarebbe lo stesso senza l’aggiunta di zafferano nell’impasto, spezia che viene dall’Oriente e di cui oggi uno dei maggiori produttori è l’Iran. Insomma sono in realtà prodotti frutto della “mondialità”. Il confronto è stato stimolante: più bresciani mi hanno detto con convinzione «noi siamo concreti, noi abbiamo l’orgoglio». Ma, chi non è concreto o non ha orgoglio in Italia? Non basta la concretezza; l’orgoglio poi è una categoria dello spirito e non penso sia l’atteggiamento più adeguato.
Qual è la sua visione di Expo e in che modo si dovrebbe collocare Brescia al suo interno?
Partecipando ai tavoli di discussione dell’Expo delle Idee a Milano ho avuto modo di percepire la presenza di due Expo: quella di Lula e di Papa Francesco, fatta per costruire il futuro tutti insieme, sostituendo la crescita, che mantiene i divari, con lo sviluppo, che è di tutti e che quei divari cerca di colmarli; poi l’Expo delle identità attraverso cui gli italiani devono far vedere quanto bravi sono e sono stati. Però a mio avviso il contesto di Expo è un po’ più ampio. Con i bresciani è stato interessante poter discutere e chiedere loro: ma di cosa siete veramente orgogliosi? Sia nel mio ufficio presso la Camera di Commercio che grazie ad alcuni viaggi per questa provincia così grande e varia, ho passato tanto tempo con le persone e ne ho incontrate anche di abbastanza giovani che mettono questa concretezza al servizio di qualcosa o di qualcuno. L’Expo deve far vedere anche un mondo che fa, che cerca di crescere insieme. A questo non ci arrivi da solo: devi dialogare, trasformare tutti questi pezzi, per forza piccoli e un po’ autocentrati, di orgoglio e identità, in narrazioni valide per il mondo e non per i piccoli mondi.
Come si mettono in relazione tante realtà che magari pur occupandosi della stessa materia non sono in contatto tra loro?
A tutti dev’essere data la possibilità di essere inclusi nei progetti. Io ho sempre proceduto con un metodo basato sull’inclusione, proponendo meccanismi partecipativi. Il mio ruolo è stare a sentire. È chiaro che uno ha delle idee e si fa delle idee, ma sempre in ascolto degli altri. Lo dico spesso anche agli amministratori con cui ho a che fare: nella cultura non è il Comune che deve proporre idee, piuttosto deve lavorare sulle condizioni della cultura. La società ha capito che c’è spazio per una creatività diffusa, l’istituzione è un canale, il suo ruolo non è intervenire sui contenuti. Lo sarebbe se i cittadini fossero da stimolare, ma oggi succede il contrario. Le idee, i percorsi, i progetti che sono nati in vista di queste 6 giornate, sono in realtà una sintesi delle diverse proposte. Le cose erano già qui, era necessario metterle insieme, con un lavoro di editing e di programmazione.
Quali criteri avete utilizzato per selezionare le varie proposte?
Ci sono alcune linee guida, come l’internazionalità, l’aderenza ai temi di Expo, la rappresentatività territoriale, che tuttavia trovo molto tecniche. Per me l’idea che deve prevalere è la forza narrativa dei contenuti. Penso che Expo possa essere una grande narrazione. Abbiamo deciso di raccontare anche tutte le fasi di lavoro precedenti alle 6 giornate. Vorrei che questa tecnica del dialogo continuo fosse un modo per mettere a fuoco alcuni temi, per capire da reazioni e risposte se i temi individuati hanno forza. Se proprio vogliamo parlare di criteri per la selezione delle proposte li riassumerei così: sorpresa, potenza narrativa e molta umanità. Poi è chiaro, ci saranno le eccellenze produttive, ma in ogni caso saranno le persone a raccontarle.
La parola che avete scelto come riassuntiva delle diverse giornate è Together…
Per un po’ si è usato il termine “protagonismo” per dire che Brescia avrebbe avuto un ruolo di primo piano nel Padiglione Italia. Personalmente non amo molto questa parola ed è venuto spontaneo pensare “Together”, al posto di “insieme” o di “sistema” perché ci sembrava comprensibile a tutti e perché forse suona meglio anche in italiano. Insomma, vuol dire che quello che si è fatto lo si è fatto insieme. Io ho avuto questo ruolo di comunicatore, nel senso che ho aiutato a far dialogare tra loro tante “Brescie” diverse e far emergere una consapevolezza di sistema.
Venendo alle giornate di Expo, ci può anticipare alcuni temi che verranno messi in luce?
Brescia è stata brava a intensificare per l’occasione la propria programmazione. Alcune scadenze temporali ci hanno un po’ ispirato ma non ci saranno titoli o monografie delle giornate, non saranno tematiche esclusive. Ovviamente non metteremo tutta Brescia in ogni giornata ma verranno indagati più aspetti. Ad esempio la prima giornata, il 7 maggio, cade un giorno prima dell’inaugurazione della mostra archeologica in città e pochi giorni prima dalla Mille Miglia. Questi temi andranno, per scelta, ad anticipare quello che avverrà. Il primo giorno ci saranno anche i bambini di Brescia: l’inizio della città in senso storico e l’inizio degli abitanti della città, i bambini. A giugno si parlerà di musica, della dimensione internazionale della città, poi ci sarà il manifatturiero. A settembre l’opera, a inizio ottobre i temi indagheranno le smart city e le tecnologie. Gli argomenti sono tanti: si parlerà anche di turismo, del patrimonio culturale, di arti e di spettacolo. Insomma, saranno giornate eclettiche.
Angela Garbelli
























































