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Speciale Turismo SOStenibile - Dare voce alle aree interne d'Italia per uno sviluppo turistico a misura di territori

Intervista a Rossano Pazzagli, docente di storia del territorio e dell'ambiente: “Il turismo consapevole parte dalla rigenerazione delle comunità locali”

«Lo sviluppo del turismo sostenibile e consapevole non può essere disgiunto dalla qualità di vita degli abitanti dei luoghi. E non si può tarare lo sviluppo di aree marginali esclusivamente sulla proposta turistica: deve esserci una rigenerazione complessiva delle comunità locali, rigenerazione di cui il turismo è un aspetto, non l'unico».

A parlare è Rossano Pazzagli, attualmente docente di storia del territorio e dell'ambiente all'Università del Molise, autore del libro "Un Paese di paesi. Luoghi e voci dell'Italia interna" (Ets ed.) ed esponente della Società dei Territorialisti e in precedenza presidente dei corsi di Laurea in Scienze del Turismo e Beni Culturali presso l'Unimol, nonché direttore del Centro di Ricerca per le Aree Interne e gli Appennini e del Centro Studi sul Turismo: l'abbiamo intervistato per infoSOStenibile, per capire se e quanto la pandemia di Covid-19 abbia influenzato il modo di concepire il viaggio nei territori e quali prospettive possano aprirsi per il turismo sostenibile da qui in avanti.

Professor Pazzagli, secondo lei che eredità ha lasciato lo scorso anno e mezzo al nostro Paese? Cosa è mutato nel modo di concepire e vivere il territorio?

Insieme al suo portato tragico, la pandemia ci ha anche aiutato a guardarci attorno, a capire cosa c'è nel nostro territorio in particolare nelle aree interne e a interrogarci su un possibile riequilibrio con queste aree. Anche, ma non solo, dal punto di vista turistico. E non è cosa da poco, se si considera che l'espressione “aree interne” non indica solamente una collocazione geografica ma soprattutto una condizione esistenziale per più del 60% del territorio italiano: le aree interne sono tutte quelle aree che il nostro modello di sviluppo ha trascurato, abbandonato e dimenticato. L'Italia è un paese pieno di “ossa”, ha un grande scheletro montano e collinare, ma a partire dal Novecento lo sviluppo economico e sociale si è concentrato nella poca “polpa”: città, pianure, tratti di costa. Uno squilibrio che c'è sempre stato, ma che la pandemia ha messo in luce in modo ancora più netto: chissà che tale consapevolezza non porti a un progressivo riequilibrio tra aree italiane. A riabitare l'Italia tutta. In questo senso, il turismo potrebbe giocare un ruolo decisivo.

In che senso?

Le avvisaglie le abbiamo avute già l'estate scorsa. Le faccio un esempio. Pensi al Molise, area interna per antonomasia: ebbene, le aree rurali l'anno scorso hanno avuto un boom di visite e presenze. Una situazione che ha anche creato dei problemi, perché si tratta spesso di aree non attrezzate per accogliere certi flussi. Abbiamo vissuto in tutto il Paese una spinta al ritorno, alla riconsiderazione di paesi, valli e campagne, cioè di quei luoghi in cui sono rimaste molte cose: un ricchissimo patrimonio naturale e culturale, centri storici, tradizioni, feste, enogastronomia. Dobbiamo ricominciare a considerare come “pieno” tutto un territorio marginale italiano che per troppo tempo abbiamo considerato “vuoto”, rivalutando l'Italia minore. Che, di fatto, minore non è.

Dire turismo può significare molte cose diverse. Che tipo di turismo auspica per le aree interne italiane?

Sarebbe un errore replicare in queste aree un modello di turismo concentrato, polarizzato, di massa e rivolto a grandi flussi. Il turismo può essere una delle gambe della rinascita di queste aree a una sola condizione: che sia un turismo sostenibile, cioè che sia in grado di usare le risorse territoriali senza consumarle. Quindi un turismo lento, consapevole, che si possa fare tutto l'anno anziché concentrato solo in alta stagione.

Un turismo di questo tipo punta non tanto a “vedere”, a “scoprire” i luoghi, perché ormai li si può vedere e scoprire anche stando a casa: punta invece a viverli. E viverli significa andare in un luogo per fare quelle cose che – per fortuna - su internet non si possono ancora fare: gustare un piatto locale, partecipare a una festa tradizionale, sentire gli odori del bosco, camminare su un tratturo...

Eppure questo rischia di provocare l'effetto opposto: quello cioè di trasformare luoghi autentici in “esperienzifici” a misura di turisti. È un rischio concreto? Come si può evitare?

Il rischio di una "disneyzzazione" dei luoghi e di una sorta di "globalizzazione del tipico" che li snaturerebbe è una spada di Damocle che pende sul ritorno in voga delle aree interne e dei paesi a fini turistici, insieme a quello di stravolgimento e appropriazione culturale di patrimoni e saperi che appartengono ai singoli territori. Si può evitare solo se la rinascita di queste zone non passa esclusivamente dal turismo, ma anche dalla rigenerazione delle comunità locali. Serve il protagonismo degli abitanti, per evitare che paesi e borghi semi-abbandonati diventino solo un luogo in cui trascorrere qualche weekend.

Lo sviluppo del turismo sostenibile e consapevole non può essere disgiunto dalla qualità di vita degli abitanti dei luoghi.

Far sì, insomma, che i paesi e chi li abita siano i protagonisti in questo interesse crescente verso lo sviluppo turistico delle aree “fuori dai circuiti turistici".

Esattamente. In Italia ci sono già numerose esperienze in questo senso, e ci dimostrano che è possibile per molti luoghi riacquistare voce e sviluppare forme di turismo che non snaturino la propria autenticità. E questo non può che costituire un beneficio per tutti: l'Italia è un Paese di paesi,e una crescita sostenibile delle aree interne è una risorsa per tutti. Per chi le abita e per chi le fruisce.

Erica Balduzzi

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