Una delle prime cose che insegnano nelle scuole di giornalismo è che una notizia, per essere tale, deve rispondere ai caratteri dell’immediatezza e della prossimità geografica ed emotiva; si devono considerare l’impatto sulla nazione e le quantità di persone coinvolte, oltre che il loro livello gerarchico e la rilevanza in funzione di sviluppi futuri. Quello che invece non insegnano nelle scuole di giornalismo è che ciò che finisce in prima pagina spesso deve riguardare i soldi, il sesso, il truce. C’è poi una predilezione particolare per i bambini, soprattutto in connessione con i tre fattori appena citati.
Non stupisce dunque che la foto del corpo esanime di Aylan Kurdi, il bambino curdo-siriano di tre anni fotografato sulla spiaggia turca di Bodrum, abbia fatto il giro del mondo inneggiando alla grande Indignazione, con la “I” maiuscola. Al di là dei criteri di notiziabilità, è davvero indignata la nostra reazione di fronte all’immagine? Sembra piuttosto che la “spettacolarizzazione dell’orrore” debba per buon costume suscitare occhi sbarrati, commenti esasperati e quello scalpore che dura giusto il tempo di un caffè. Poi, finalmente, possiamo tornare alle nostre occupazioni con le coscienze lavate dalla commiserazione condivisa per forma, più che per contenuto.
L’Indignazione quella vera irrita, scandalizza e scuote le coscienze, ma non aspetta l’immagine del corpo di un bambino riverso sulla spiaggia per farlo. Perché non abbiamo reagito prima alle foto dei migranti alle frontiere? Ai bambini in lacrime, ai disperati in mare, alle madri esauste? Il problema dell’immigrazione esiste ed è pressante, insistente, invasivo da mesi ormai. L’ipocrisia di chi maschera la propria latitanza nella reazione con giustificazioni di carattere politico non è solo spia di una certa codardia, ma sintomo di qualcosa di più profondo e inquietante, perché ha a che fare col sentimento umano, o meglio, con la sua mancanza.
L’immagine atroce alza i toni dello scandalo e abbassa quelli dell’empatia e della riflessione critica. L’assuefazione da immagini truci e parole solenni, l’abitudine a considerare vite umane come sequenze di numeri, può essere considerata una forma di autodifesa, di preservazione del nostro delicato involucro di certezze? Questo sta accadendo da quando abbiamo smesso di cercare di capire, accettando i fatti come “normali” appendici delle nostre inerziali abitudini quotidiane.
L’Europa ha paura dei migranti e si sta comportando da madre schizofrenica che accoglie e respinge, dà segnali contrastanti, non riesce a organizzarsi in un’azione unica e coerente. Dal 2014 al 2015 i migranti ai confini dell’Ue si sono triplicati; solo in Germania lo scorso anno sono state presentate 173mila richieste di asilo e secondo le prime stime, il numero potrebbe raddoppiare nel 2015. In questo settembre scalpitante qualcosa si muove, ma è ancora tutto molto, troppo frammentato.
Tra i temi in dibattito, i fallimentari accordi di Dublino che prevedevano la possibilità di richiedere asilo solo al primo Paese sicuro di arrivo e la questione delle quote obbligatorie di migranti da accogliere volute dalla Commissione Europea, approvate perlopiù da Francia Germania e Italia, ma considerate inaccettabili da Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia e Ungheria. La Germania di Angela Merkel prova a vedere più in là e si accorge dell’impatto che una mal gestione del fenomeno immigrazione sta avendo e, soprattutto, avrà sulla già debole Europa.
Come non vedere la connessione tra la paura e l’incertezza diffusa di un’opinione pubblica allo sbando, combattuta tra il gesto umano di accogliere e la difficoltà concreta e quotidiana di integrare e convivere, e la fortuna di certi movimenti populisti che inneggiano all’importanza di preservarsi dall’invasione per conservare la propria presunta identità nazionale.
Per giustificare le loro politiche, i dirigenti europei scaricano ogni responsabilità sulle rispettive opinioni pubbliche nazionali, che sarebbero refrattarie a ogni idea di accoglienza, tanto più in un periodo di crisi economica e sociale. Eppure è proprio la gente comune quella da salvare in questa Europa decadente: dalla donna macedone che cura le ferite degli afgani che risalgono verso nord in bicicletta alla ragazza italo-marocchina che in Sicilia ha creato da sola un sistema d’allerta per i siriani persi in mare; a Roma decine di volontari si danno il cambio per preparare da mangiare al centro di accoglienza Baobab mentre a Berlino una coppia ha lanciato il sito Flüchtlinge wilkommen per mettere in contatto i migranti con i berlinesi che vogliono ospitarli.
È un problema così complesso quello dell’immigrazione, e noi lo leggiamo e lo ascoltiamo solo da una prospettiva eurocentrica; così concentrati a tamponare il flusso, tanto da scordare la causa dell’emorragia. Quanti giornali cercano di analizzare e creare dibattito critico sull’avanzata dell’Isis in Siria, una delle cause principali dell’esodo? Chi ha il coraggio di prendere in esame l’assenteismo degli Stati Uniti e dell’Europa, là dove la disperazione ha inizio? Chi, onestamente, sa che cosa sta accadendo in Eritrea? Se non si ha il coraggio di guardare l’atroce in faccia e smuovere le coscienze, almeno si abbia la dignità di non prestarsi alla falsa commozione che lascia il posto al vuoto.
Mara D’Arcangelo
Fotografie di Simone Riccio Sarchi
























































