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Donald Trump: L’(im)previsto al potere

Trump

Cosa riserva al mondo il nuovo presidente

«Ho sempre giocato con le leggi sulla bancarotta – vanno molto bene per me».

A cinque anni di distanza, la candida confessione del neo presidente degli Stati Uniti d’America registrata da Newsweek, passa quasi inosservata nell’infernale bailamme sollevatosi durante l’agone elettorale che lo ha visto opporsi a Hillary Rodham Clinton.

Eppure, forse, nessuna delle pittoresche millanterie coniate dal facoltoso imprenditore riesce a condensarne meglio la filosofia. L’impressione che anche solo un distratto colpo d’occhio non completamente anestetizzato ricava da Washington è quella di una tragicommedia molto fantasiosa, destinata a finire nel peggiore dei modi.

Purtroppo però, a scanso di allucinazioni collettive, il sonno della ragione in cui sembra essere piombata la superpotenza più avanzata del mondo non è una messa in scena, o meglio: parrebbe sensato affermare che la messa in scena adibita da Donald John Trump abbia sedotto e contagiato una realtà ingenua, sostituendola poi integralmente.

I piani si confondono, fare ordine e attingere alla cassetta degli attrezzi critici razionali per riparare i guasti della demagogia e delle sue mistificazioni ci risulta impervio, eppure mai come ora urge assumersi quest’onere. Accantoniamo per il momento le analisi etico-estetiche del contesto e del “feticcio” Trump per focalizzarci sul programma stilato dall’istrionico tycoon.

Fronte interno / fronte estero

L’agenda inerente agli affari interni si avviluppa a quella estera, perché le politiche protezioniste di The Donald non potrebbero concretizzarsi senza prima riformare il ruolo dell’America al di fuori dei confini. L’abolizione del NAFTA, ossia l’accordo nordamericano per il libero scambio, un trattato di natura commerciale volto a facilitare la libera circolazione di beni, merci e servizi fra Canada, Stati Uniti e Messico, prelude all’aborto del suo omologo per l’area del Pacifico: il Tpp (Trans Pacific Partnership). Così facendo la nuova amministrazione cercherà soprattutto di tenere i prodotti cinesi alla larga dagli scaffali, nella speranza di foraggiare il made in USA.

Nel contempo rischia però di penalizzare le esportazioni dei prodotti nazionali (in genere merce ad alto contenuto tecnologico e dunque assai remunerativa) e di regalare a Pechino l’egemonia su un mercato enorme.

La creazione di nuovi posti di lavoro sul suolo patrio passa attraverso un marcato isolazionismo economico che tenterà di escludere dove possibile la concorrenza straniera, unitamente a massicci investimenti statali nel ramo delle infrastrutture.

Cospicui saranno i tagli degli investimenti alle Nazioni Unite che, insieme alla NATO, si troveranno a fronteggiare conflitti ed emergenze internazionali un po’ più sole. Su questo fronte registriamo inoltre la distensione dei rapporti con la Russia: gli scenari che ne scaturiranno sono ad oggi imprevedibili, anche se difficilmente tale scelta comporterà danni maggiori dell’accanito ostruzionismo targato Obama.

Le catastrofi umanitarie nell’ormai rimossa Ucraina come nell’attuale Siria, ricordiamolo, sono anche figlie della demonizzazione preventiva e anti-dialettica di Putin.

Difficile comunque pensare che l’impero a stelle e strisce voglia davvero depotenziare da un giorno all’altro la sua influenza globale: con l’evolversi delle circostanze, la “ritirata” assai retorica del nuovo presidente subirà modifiche sostanziali.

Sarà interessante assistere alle reazioni dell’Unione Europea innanzi a questa inversione di tendenza.

Politiche energetiche

La teoria trumpiana per quel che concerne le politiche energetiche a lungo termine sfiorano invece il delirio: il riscaldamento climatico si tratterebbe di «una bufala, un concetto inventato dalla Cina per indebolire l’industria manifatturiera americana».

Perciò il programma prevede la riapertura delle miniere di carbone, il rilancio dello shale gas e l’annullamento delle norme dell’Agenzia federale di protezione dell’ambiente (Epa), che potrebbe del resto persino sparire.

Trump ha già minacciato di far uscire gli Usa dall’accordo di Parigi, che impegna il Paese a una riduzione del 28% di emissione di gas a effetto serra entro il 2025. Dopo il voto la sua posizione a riguardo si è ammorbidita, ma se gli Usa, secondo responsabile mondiale per l’emanazione di Co2, denunceranno davvero l’accordo, cosa faranno gli altri, Cina in primis? Viene da sorridere pensando alle edificanti parole vergate a Marrakech il 18 novembre scorso al termine della Cop22, la conferenza sui cambiamenti climatici incaricata di rendere operative le intese stipulate appena un anno fa.

Quanto avranno pesato alcune lobby sull’affossamento delle rinnovabili e la riesumazione degli idrocarburi? Come ha potuto la classe media americana, ovvero colei che decide numericamente gli esiti di qualsiasi elezione (e non i neo-proletari delle varie Rust Belt, come tentano di narrare in troppi) a convincersi della bontà di siffatto progetto?

Un quesito imbarazzante anche per una nazione che ha largamente ceduto alle lusinghe dell’ex proprietario di Miss Universo, pure quando prometteva surreali deportazioni di massa agli 11 milioni di clandestini domiciliati nella più valorosa democrazia del mondo. Mentre Wall Street festeggia con rendimenti record l’insediamento di un caricaturale miliardario amante del wrestling alla Casa Bianca, infischiandosene delle sue molto presunte posizioni anti-liberiste, le sparute élite progressiste sparse per il globo non si danno pace. Le stesse che affollano i dipartimenti universitari, gli osservatori e i media, a debita distanza da qualsivoglia esperienza immersiva presso un tessuto sociale in apparente stato di allucinazione.

L’imponderabile è accaduto solo a detta di chi, negli ultimi vent’anni, ha perso di vista la progressiva depoliticizzazione dell’uomo di massa, digitalmente isolato in un universo parallelo impossibile e spettacolare, dove il monologo del potere assume le sembianze di un meme per confermarsi e costruire l’unico orizzonte di senso contemplato.

Davide Albanese

Dicembre 2016

Green Economy

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