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Lo stato di civiltà

Lo stato di civiltà

I fatti di Colonia mettono in luce tutte le debolezze dell’Europa, dalla questione del rapporto tra i sessi al multiculturalismo mancato

Giorgia se ne sta tranquillamente seduta su una panchina nel parco dietro casa in un pomeriggio di sole. Un libro e il chiacchiericcio dei bambini sullo sfondo. Non finisce di leggere la prima pagina che un ragazzo le si avvicina e si siede sulla panchina a fianco.

Domanda, in un italiano incerto, le generalità, poi chiede se può avvicinarsi, le fa complimenti. Giorgia si sente a disagio preferirebbe starsene per conto suo. Il ragazzo però insiste, le si accosta, prova a toccarla. Giorgia scossa e intimorita si alza e corre via.

Ci sono miliardi di donne la cui storia ha preso una piega molto più violenta e umiliante, oltre che reiterata nel tempo.

Capodanno è passato da un bel pezzo ma forse vale la pena ricordarlo in questo mese tutto dipinto (ahimè) di tinte rosa ordinariamente retoriche. Quella notte a Colonia più di novanta donne sono state aggredite sessualmente da un migliaio di uomini in un luogo pubblico.

L’intenzione era quella di derubarle, ma di fatto aggressioni con palpeggiamenti si sono verificate: i lividi sui seni e sul resto del corpo lo testimoniano. Riporta il quotidiano britannico The Guardian:

«Una delle vittime, Katja L., ha riferito al Kölner Express: “Quando siamo uscite dalla stazione, ci siamo meravigliate degli uomini che incontravamo, che erano solo stranieri… Abbiamo attraversato un gruppo di uomini che formavano una specie di tunnel, e noi dovevamo passarci in mezzo… Sono stata palpeggiata dappertutto. È stato un incubo. Urlavamo e li colpivamo, ma non si sono fermati. Era orribile, credo di essere stata toccata circa cento volte in duecento metri”».

Ora, la faccenda si complica perché gli aggressori erano tutti di origine nordafricana e araba e questo, com’era prevedibile, ha spalancato le porte a una polemica sul multiculturalismo in Europa, la sicurezza delle nostre città e “delle nostre donne”, oltre ovviamente alla già scottante e delicata questione profughi.

Dopo i fatti di Colonia Angela Merkel ha proposto il varo di una legge più restrittiva sul diritto d’asilo. In un incontro a porte chiuse del suo partito la cancelliera tedesca ha avanzato l’ipotesi di rendere più semplici le espulsioni dei rifugiati e degli immigrati che hanno commesso dei crimini, intanto le manifestazioni contro l’islam organizzate dai movimenti di estrema destra Pegida e Pro Köln non si sono fatte attendere.

Una questione politica

Negli ultimi dodici mesi la cancelliera Angela Merkel ha accolto circa un milione di esuli provenienti dai paesi a cui si presume appartengano gran parte degli aggressori, anche se occorre precisare che molti di questi non erano tra i profughi arrivati di recente ed erano volti già noti alle forze dell’ordine.

Tanto basta per riaccendere il dibattito mai veramente sopito sulla questione razziale, sull’“invasione” che tanto ha scosso l’opinione pubblica e prima ancora la politica europea negli ultimi mesi.

Per quanto concerne la Germania, la maggior parte dei neri e degli arabi che abitano le grandi città appartengono alla classe operaia, ma questo non basta per ottenere visti e posti di lavoro all’interno della locomotiva dell’Eurozone per chi viene dal Medio Oriente o dall’Africa.

Tale difficoltà ad inserirsi nel tessuto sociale ha importanti risvolti nel processo di integrazione, già di per sé lento e complesso. La verità è che su un autobus troppi cittadini deciderebbero di lasciare un posto libero tra sé e un uomo di colore o sceglierebbero, se possibile, un’altra sistemazione. Sì, siamo a questo punto; siamo ancora a questo punto.

Diffidenza e paura che nutrono e sono nutrite a loro volta da facili populismi e slogan preconfezionati da arringatori di masse allo sbando: sono questi i sentimenti che emergono dopo i fatti di Colonia.

La risposta stagna nel giudizio o meglio nel pregiudizio, il quale si rifiuta ottusamente di indagare le cause profonde di un fenomeno come l’emarginazione sociale negando quindi qualsiasi accoglienza.

Non che i media agevolino questo processo di presa di coscienza: dalle notizie riportate non si è capito chi fossero questi uomini, perché fossero lì a migliaia, che cosa volessero, che cosa li abbia spinti ad agire in quel modo. Sembra che capire sia diventato superfluo: prima ancora di ultimare la lettura della notizia fiocca il giudizio, la polemica, il risentimento.

Sono in molti a ricondurre i fatti di Colonia a un nuovo episodio dell’epopea fantasmagorica che ha ereditato l’altisonante titolo di “scontro di civiltà”. Si tratterebbe della provocazione di maschi islamici rivolta ai maschi occidentali tramite l’aggressione delle “loro” donne, l’ultima strategia della guerra civile globale in corso.

Potrebbe essere un’ipotesi, un tentativo di problematizzare l’accaduto, ma questo implicherebbe quantomeno un’azione organizzata e premeditata; risulta tuttavia difficile credere che un migliaio di uomini ubriachi abbiano stilato una strategia di conquista in terra occidentale, una sorta di “ratto” delle Sabine postmoderno.

Sembra questo, piuttosto, un giudizio a posteriori, un tentativo di spiegare i fatti senza conoscerne le premesse, oltre che presentarsi come appiglio ideale per tutta quella porzione di islamismo radicale che fomenta l’ideologia dell’incompatibilità e della guerra santa contemporanea.

D’altro canto, è da dopo l’11 settembre americano che l’Occidente utilizza la questione dell’oppressione femminile come stendardo dell’inferiorità culturale musulmana e la liberazione delle donne dal patriarcato islamico come legittimazione degli interventi militari di “democratizzazione”.

Può pure essere che il sentimento che animava queste persone fosse quello di vendetta spiccia rispetto ai troppo spesso taciuti soprusi che militari, operatori umanitari e peacekeeper mettono in atto durante i conflitti in zone sensibili come Congo, Bosnia, Sierra Leone, Rwanda e Kosovo, giusto per citarne alcune.

Quello che però resta dubbio, è il grado di consapevolezza; sembrerebbe più un atto di pancia, la manifestazione di un risentimento covato e imbevuto di facili ideologie, che non ha mai attraversato i terreni del confronto aperto, del pensiero critico.

Si ritorna dunque, ancora una volta, al tallone d’Achille di questa fragile Europa: l’assoluta mancanza di un preciso piano di accoglienza, conoscenza, confronto, integrazione.

Donne sullo sfondo

La polemica rischia come spesso accade, di oscurare i fatti accaduti dietro sterili, ma quanto mai chiassose asserzioni, tanto a destra quanto a sinistra. Occorre riportare al centro i fatti: un centinaio di donne sono state aggredite sessualmente da un migliaio di uomini ubriachi in un luogo pubblico.

Uomini che si sentono autorizzati ad abusare del corpo di donne. È raggelante e tutt’altro che sorprendente, purtroppo. Secondo una recente indagine della FRA (European Union Agency For Fundamental Rights) in Europa una donna su 10 ha subito una qualche forma di violenza sessuale dall’età di 15 anni e una su 20 è stata vittima di stupro.

Poco più di una donna su cinque è stata vittima di violenza fisica e/o sessuale inflitta dal partner attuale o precedente e poco più di una donna su 10 indica di aver subito una forma di violenza sessuale da parte di un adulto prima di aver compiuto 15 anni.

Dati inaccettabili che prescindono dal multiculturalismo e dall’emergenza profughi, o meglio, attraversano queste questioni trasversalmente.

Occorre partire dal presupposto che camminare per strada o sedersi da sola su una panchina al parco senza essere molestata è diritto fondamentale di qualsiasi donna a prescindere dalla cultura e religione di appartenenza e dal luogo del mondo in cui si trova.

Qualsiasi uomo e donna non può più permettersi di non condannare tutte quelle convenzioni sociali che legittimano una concezione di donna-oggetto, sia questa l’ammiccante showgirl che pubblicizza aspirapolveri o la donna velata che non può girare se non scortata da figura maschile.

Anche la teoria dell’incontrollabile desiderio sessuale che tende a far capolino tra le meschine giustificazioni di assalti animaleschi è intollerabile. Non siamo bestie e viviamo in società, tanto basta a condannare il banale tentativo di mascherarsi dietro qualsiasi istinto primordiale o presunto strapotere patriarcale, bianco o nero che sia.

Se lo stato del rapporto tra i sessi e dell’integrazione sociale sono indici del grado di civiltà in cui il mondo si trova, i fatti di Colonia rappresentano una triste presa di coscienza della crisi di umanità in cui la società tutta versa. Non ci resta, dunque, che chiedersi perché e indagare le risposte, senza accontentarsi dei titoli in prima pagina.

Mara D’Arcangelo

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