La guerra in Siria è un puzzle di conflitti, trattative, alleanze che si susseguono in un calvario infinito, senza vincitori
Sono centinaia e aspettano euforici l’arrivo del furgoncino nero in viaggio per l’Europa per presentare il nuovo modello di smartphone.
Alcuni sono lì dalle 5 della mattina, impazienti di avere tra le mani l’oggetto del desiderio e farsi un selfie con i “divi” del team: «È fantastico, ha un design iconico; poi è così facile da usare, posso fare quello che voglio», esclama entusiasta un ragazzo spagnolo alla telecamera che filma l’offstage dell’Euro Tour.
Guardiamo incantati i nostri smartphone e intanto le città bruciano sugli schermi. Scheletri di case dilaniate, muri che si sfaldano, macerie coperte da un manto di polvere bianca.
Al terzo piano di un edificio distrutto stonano i mobili in legno, unico segno di vite che furono; c’è un enorme cratere blu in mezzo alla strada, era l’ospedale. Se l’apocalisse avesse un volto, sarebbe quello di Aleppo oggi.
Eppure lì la gente ci vive, non c’è solo Omran Daqneesh, il bambino di cinque anni coperto di polvere e fango la cui foto qualche tempo fa ha fatto il giro del web; ci sono tanti altri bambini, tanti altri volti che non conoscono altra luce che quella delle esplosioni e vivono nell’incubo perenne di una pioggia di bombe dal cielo.
Dall’inizio della guerra in Siria nel 2011 si calcola che siano morte 500 mila persone, mentre altri 1,9 milioni di siriani sono rimasti feriti e 10 milioni – quasi il 50% della popolazione – è stata costretta a lasciare la propria casa; catastrofe sembra comunque una parola troppo mite, visto che si tratta della più grave crisi umanitaria dalla seconda guerra mondiale.
Ad Aleppo est non ci sono più ospedali funzionanti, ha dichiarato l’Organizzazione mondiale della sanità, sono stati tutti distrutti dai recenti bombardamenti delle forze governative; si sospetta anche l’utilizzo di armi chimiche, visti i ritrovamenti di barili di cloro e non ci sono più né cibo né benzina.
Eppure la guerra siriana è sempre avvolta da una nube di omertà a livello internazionale, è la questione spinosa a cui rispondere con parole di circostanza, vaghe abbastanza per far comprendere tutto e il suo contrario. Perché questo silenzio stampa da parte degli Stati Uniti? Che ruolo ha l’UE in tutto questo?
Basta prendere una cartina geografica e avere qualche nozione di geopolitica per capire perché la situazione in Siria sia un concatenarsi di conflitti a domino in cui gli attori protagonisti non hanno un ruolo fisso, ma cambiano maschera a seconda di come si spostano i delicati (dis)equilibri del gioco.
Aleppocalypse
Partiamo da Aleppo, l’epicentro del conflitto a nordovest del Paese: nel luglio del 2012 la zona orientale della città è caduta in mano ai cosiddetti “ribelli”, un gruppo di opposizione al regime del presidente Bashar al Assad dall’identità cangiante, formato prevalentemente da jihadisti di varia estrazione e appartenenza, accomunati dall’obiettivo di conquistare le zone presidiate dall’esercito siriano in nome della jihad.
Sono diverse le questioni ambigue attorno ai ribelli: inizialmente si trattava di forze laiche che volevano combattere il regime, ma a poco a poco si sono uniti gruppi jihadisti vicini ad Al Qaeda, che ora si fanno chiamare Jabhat fateh al Sham (ex Fronte al Nusra); con lo stendardo della “lotta per il popolo”, i ribelli si sono conquistati i favori dei civili – nonostante le divergenze religiose e politiche – portando aiuti umanitari ad Aleppo est abbandonata e assediata.
La negligenza dell’Occidente nell’aiutare il popolo siriano all’inizio della rivolta nel 2011 ha comportato il rafforzarsi di forze estremiste che ora si sono radicate nella società civile e godono con tutta probabilità di supporti esterni.
Armi come se piovesse
Già, perché l’altra questione irrisolta riguarda l’abbondanza di munizioni: a fine ottobre è iniziata l’offensiva contro le zone controllate dal governo; come è possibile che poche migliaia di combattenti siano riusciti a procurarsi mortai e granate tra le rovine di Aleppo est, dove migliaia di civili sono ancora intrappolati?
Alcuni parlano di aerei statunitensi avvistati a sganciare rifornimenti di armi su Aleppo est, altri parlano di tunnel infiniti che collegano Homs e Damasco consentendo il trasporto di armi e persone, altri ancora nominano la Turchia, da dove arrivano regolarmente armi che alimentano questo traffico sanguinoso.
Intanto la morsa del presidente Assad si è fatta più asfissiante sui territori controllati dal regime: niente può uscire e niente può entrare nelle zone assediate, per cui anche i convogli dell’Onu con a bordo viveri e medicine vengono bombardati e tutti i tentativi di creare corridoi umanitari fatti finora sono miseramente falliti.
Dal 2015 anche la Russia di Putin è entrata ufficialmente nel conflitto sostenendo Assad, che sebbene potesse già contare sulle forze iraniane e sulle milizie libanesi di Hezbollah, inizialmente faticava a respingere l’offensiva dei ribelli che erano riusciti a conquistare la città di Idlib, poco distante da Aleppo.
Putin non ha certo ignorato l’appello di Assad e negli ultimi anni la Russia è stata la principale fornitrice di armi per l’esercito del regime.
Mosca ha diversi interessi economici in Siria, terra ricca di giacimenti di gas e petrolio e vuole preservare la strategica base navale nella città di Tartus sul Mediterraneo, costruita durante il regime sovietico. Putin, inoltre, sembra essere uno dei pochi leader politici ad aver chiaro – almeno in parte – la portata del cambiamento geopolitico mondiale in corso: L’Unione Europea, sempre più fragile e incalzata dall’imporsi inarrestabile di populismi e nazionalismi di destra da una parte e dall’emergenza migranti dall’altra, non si è lasciata coinvolgere troppo nella guerra siriana, anzi assiste da lontano, indicendo riunioni inconcludenti di tanto in tanto.
L’intervento degli Stati Uniti poi non è mai stato così flebile e stentato: nel 2013 Assad ha usato per la prima volta armi chimiche contro il suo stesso popolo, oltrepassando i limiti imposti dal presidente Barack Obama, ma non c’è stato alcun provvedimento, solo cumoli di polvere sotto i tappeti della Casa Bianca.
Quale momento migliore dunque per la Russia nell’affermarsi come super potenza in Medioriente? Verso metà ottobre l’alleanza russo-siriana ha dichiarato la sospensione dei bombardamenti per otto ore per permettere ai ribelli e agli abitanti di Aleppo est di lasciare la città. Ma quali alternative hanno realmente i cittadini?
La maggior parte non si fida di Assad, visto lo stato di assedio in cui ha ridotto le zone sotto il suo controllo, quindi è restia a trasferirsi; l’altra opzione è quella di diventare profughi, con tutte le incertezze e gli stenti che la fuga in Libano, Turchia o Giordania comportano.
Il Bazar della geopolitica
La Siria tuttavia non è solo Aleppo e il quadro di trattative, conflitti e alleanze mutevoli che interessano l’intero territorio si presenta tutt’altro che nitido. Come sempre alla base ci sono principalmente interessi economici e strategici che fanno della Siria un corpo esanime e succulento da spartire tra predatori incalliti.
Mosca, come abbiamo detto, ha interessi sulla zona costiera, gli Stati Uniti impegnano tutte le proprie forze militari per difendere i confini degli storici alleati Israele e Giordania; Qatar e Arabia Saudita presidiano i territori del nordovest, lo Stato Islamico (Is) si espande a macchia di leopardo in tutta la Siria centrale e poi c’è la Turchia che occupa il nord del Paese e il cui ruolo nello scacchiere è forse il più ambiguo e cangiante.
La Siria fa gola a tutti, non solo per i giacimenti di gas e petrolio, ma anche e soprattutto per la sua posizione geografica strategica; il punto è che il gioco si regge su equilibri talmente precari che lo spostamento di una pedina da una parte o dall’altra può significare il crollo dell’intero sistema, ecco perché si tratta di una vera guerra di posizione degli anni zero. Si dà il caso che in questa caotica stasi di trattative, accordi, bluff, alleanze, assedi, le ideologie politico-religiose siano la retorica strumentale che guida decisioni e azioni, mascherando gli interessi geoeconomici, che sono la vera posta in gioco.
Ecco che quindi le alleanze non sono mai veramente inviolabili, basta decidere a che ideale appoggiarsi per indire un nuovo programma d’azione.
È questo il caso della Turchia che in Siria (e solo in Siria) si allea con i curdi e gli arabi per assicurarsi l’egemonia su quasi tutto il confine nord e tenere a bada l’offensiva dello Stato Islamico, che nelle ultime settimane sembra aver rafforzato le sue posizioni nel paese.
Tra luglio e agosto, Ankara ha anche cominciato a tracciare un’intesa con Washington per la creazione di una zona di sicurezza nel Nord della Siria a ridosso della frontiera turca per far sì che lo Stato Islamico sia gradualmente allontanato dalla zona di confine, entrando in disputa con i qaidisti siriani.
Amici/Nemici
A complicare una situazione già ai limiti del farsesco, c’è un mondo che va avanti e decide di consegnare a Donald Trump le chiavi della Casa Bianca.
Barack Obama ha tenuto delle posizioni che rasentano l’astensionismo nei confronti della questione mediorientale; quali saranno le politiche che intende adottare Trump?
Sicuramente è impossibile fare previsioni certe, vista la naturale tendenza alla boutade del neo eletto presidente degli Stati Uniti, tuttavia Trump non ha mai nascosto di essere contrario agli interventi fatti in Iraq e in Libia e vorrebbe lasciare Assad al governo, avviando inoltre una collaborazione con la Russia nella lotta allo Stato Islamico.
Questo comporterebbe non solo il ritiro del sostegno alle forze ribelli, finora “accreditate” dalla Cia, ma un vero volta spalle, visto che il gruppo fondamentalista Jabhat fateh al Sham – affiliato ai ribelli¬ – è uno dei principali obiettivi di Putin. La possibile alleanza tra America e Russia scombinerebbe non poco le carte in tavola, causando malumori sia da parte dell’Arabia Saudita - che i ribelli jihadisti li finanzia - sia da parte dell’Iraq, che percepirebbe il sostegno ad Assad come un atto di avvicinamento all’Iran, da sempre vicino alle politiche del regime siriano. L’Arabia Saudita potrebbe essere dunque tentata di rivolgersi a Oriente e ampliare i legami con la Cina con la quale ha già avviato diverse aperture anche di stampo militare.
E poi c’è il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che sebbene stia riuscendo nell’intento di distruggere il sogno di una Turchia democratica, rimarrebbe solo nel sostegno alle milizie fondamentaliste in Siria.
Non è certo facile capire né tanto meno prevedere gli esiti delle prossime mosse sullo scacchiere politico internazionale, ma pensare che non ci riguardi personalmente e che dipenda solo dai giochetti dei quattro leader al potere è un atto irresponsabile che manifesta la totale mancanza di coscienza e conoscenza politica.
Finché riusciremo ad emozionarci solo davanti a un nuovo modello di smartphone possiamo esser certi che le cose andranno solo peggio.
Mara D’Arcangelo






















































