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Una legge regionale sull'Economia Solidale e Sociale per riconoscere il valore di questo settore

Una legge regionale sull'Economia Solidale e Sociale per riconoscere il valore di questo settore

Richiesta l’assistenza al servizio legislativo di Regione Lombardia. Aperto il confronto su alcuni punti chiave: come stabilire i criteri e definizioni?

Dal basso, proprio come l'economia che intende tutelare e promuovere. Condiviso, perché non può essere altrimenti, se si parla di democrazia economica e giustizia sociale. Ma anche e soprattutto partecipato: una conditio sine qua non per andare avanti. Il percorso per la predisposizione di una proposta di legge regionale che legittimi e promuova giuridicamente l'Economia Solidale e Sociale è ormai avviato: certamente il punto di forza di questo progetto sta nelle radici stesse di questo modo di fare economia, così come nella composizione variegata e plurale di questo mondo fatto di associazioni, imprese, cooperative, reti di cittadini e piattaforme di condivisione, che già da anni guardano al futuro in modo innovativo. E cercano ora dagli interlocutori istituzionali una legittimazione sempre maggiore, così come è maggiore di anno in anno il peso di questo nuovo modello di economia e società.

Questo percorso – partito ufficialmente su impulso della Provincia di Bergamo – ha riunito attorno a un tavolo operativo un gruppo di lavoro composto da esperti e realtà già attive nel settore, con un obiettivo: portare in Regione Lombardia una proposta di legge a iniziativa popolare che riconosca il ruolo e la valenza del settore dell'Economia Solidale e Sociale, monitorando il fenomeno da qui ai prossimi anni e soprattutto assicurando un collegamento concreto tra livello locale e regionale.

I contenuti della proposta di legge

Il cuore della proposta di legge regionale sta quindi nel riconoscimento da parte della Consiglio Regionale di un settore trasversale dell’economia definito come Economia Solidale e Sociale (E.S.S.), un settore necessario allo sviluppo di un territorio e nel conseguente impegno a promuovere interventi per valorizzare questa forma di economia che ha fatto della sostenibilità ambientale, della giustizia sociale e della democrazia economica la sua bandiera, improntandosi su valori quali l'equità, la centralità della persona e la partecipazione sociale in stretta relazione con il territorio.

«Sia chiaro: non si sta parlando di una promozione e valorizzazione mediante la richiesta di mera elargizione a di fondi – puntualizza Elisabetta Bani, professore associato di Diritto dell'economia presso l'Università degli Studi di Bergamo, vicedirettore del CESC (centro di Ateneo sulle dinamiche economiche, sociale e della cooperazione) e membro del gruppo di lavoro che ha stilato la prima bozza della proposta di legge regionale -. Si parla di riconoscimento e promozione per questo settore, attraverso un’articolazione in distretti provinciali e regionali e attraverso attività divulgative per diffondere la conoscenza e consapevolezza per questo modo di fare economia. Tra le finalità la creazione di un osservatorio permanente di confronto regionale con gli operatori del settore e i rappresentanti a livello provinciale, i quali possano declinare questioni e tematiche confrontandosi nel merito su come accrescere la fetta di mercato dell’economia solidale e sociale a livello territoriale».

Due livelli: provinciale e regionale

Nella bozza di proposta di legge è stato dato risalto a due livelli di azione: provinciale da un lato, con la creazione di distretti provinciali dell'ESS, e regionale dall'altro, sotto forma di tavolo di lavoro formato – secondo l’attuale proposta - dai coordinatori di ciascun distretto provinciale, da un rappresentante delle reti dell'ESS per ciascun distretto, da dirigenti degli uffici regionali competenti per i vari settori, dal coordinatore del Comitato Scientifico e dall'assessore regionale alle attività produttive. «Uno dei problemi per gli operatori dell'Economia Solidale e Sociale oggi – spiega ancora la prof.ssa Bani – è la difficoltà ad avere credibilità e autorevolezza nei confronti degli amministratori locali. Per questo motivo uno degli obiettivi è accreditare le componenti dell'Economia Solidale e Sociale e i relativi rappresentanti, perché vengano riconosciuti come interlocutori validi e strategici per lo sviluppo di un territorio, creando un ponte tra piano regionale e piano locale».

Un altro organo ipotizzato nella bozza di proposta di legge è il Comitato scientifico, che secondo Elisabetta Bani rappresenta uno strumento particolarmente delicato e importante: formato da tre membri nominati dall'assessorato regionale alle attività produttive e da due membri nominati invece dalle reti e dai distretti provinciali, servirà come «organismo indipendente, strumentale al tavolo regionale. Aiuterà a definire buone prassi e confini di questo tipo di economia, perfezionandone la definizione e integrandola progressivamente all'interno di una visione globale e lungimirante».

Nodo cruciale da sciogliere nella questione è, in primo luogo, la definizione di “Economia Solidale e Sociale”. Come capire chi rientra nella categoria e chi invece no? Come stabilire criteri chiari e condivisi ma che siano flessibili, in grado di adattarsi ad un mondo economico che cambia e muta costantemente? Si tratta di riconoscersi in alcuni valori o di seguire un determinato processo produttivo? Trattandosi ancora di una bozza, alcune questioni sono ancora in fase di definizione e se per alcune realtà già operanti sui territori l'inserimento nel novero di imprese di ESS è automatico – pensiamo ad esempio alle Banche Etiche, o a movimenti come Commercio Equo e Solidale o i GAS (Gruppi di Acquisto solidale) – per altre il confine può essere labile, in particolare in settori tradizionalmente più inclini ad avere un approccio di questo tipo, come agricoltura, riciclo e recupero, energia green.

«È importante sottolineare che l'Economia Solidale e Sociale non è per forza contrapposta all'economia “tradizionale” - continua ancora Bani – e la legge non vuole mettere paletti, quanto piuttosto ampliare la rosa delle imprese che possono aderire a questo nuovo modo di fare economia. Una Regione come la Lombardia deve riconoscere nel proprio interesse che questa nuova economia non è solo una cosa “di nicchia o da mercatini”, ma che al contrario ha enormi potenzialità».

Legge regionale di iniziativa popolare. Un iter impegnativo ma possibile

L'iter che porterà alla presentazione della proposta di legge regionale di iniziativa popolare sul tema dell'ESS ha radici lunghe, che affondano in anni di presa di coscienza - a livello locale e provinciale - dell'importanza del tema.

Già una decina di anni fa, infatti, RES Lombardia (Rete dell'Economia Solidale della Lombardia) aveva avanzato una proposta di legge sulla questione, che però non aveva trovato terreno fertile per il suo sviluppo.
Dal 2017, a farsi carico operativamente della tematica è stata la Provincia di Bergamo, che ha ripreso esperienze passate, valutato altre leggi regionali e considerato alcune ricerche universitarie più recenti, le quali identificavano proprio nell'Economia Solidale e Sociale un nuovo modello possibile, a partire dalla bergamasca dove esperienze di questo tipo erano consistenti, seppure frammentate, valorizzando in tal modo il lavoro svolto in questi anni dalle realtà della rete di Cittadinanza Sostenibile, in collegamento con quelle a livello regionale, sintetizzate nella Rete di Economia Solidale della Lombardia.

Con l’avvio di queste riflessioni si sono succeduti incontri e momenti di approfondimento, attraverso convegni come “Scommettere sul futuro: le prospettive dell'economia solidale e sociale” (19 dicembre 2017), “Dalla Smart Land all'Economia Solidale” (14 aprile 2018) e “Scommettere sull'economia solidale e sociale: esperienze regionali a confronto per una proposta di legge in Lombardia” (19 maggio 2018); ma anche attraverso la creazione di un gruppo di lavoro che stilasse una prima bozza normativa su cui far partire il confronto. «Al momento siamo alla fase di richiesta di assistenza al servizio legislativo di Regione Lombardia – spiega ancora Elisabetta Bani -, in modo che la bozza di testo rispetti alcuni requisiti minimi; terminata questa fase verranno rilasciate dallo stesso ufficio legislativo le schede ufficiali per la raccolta firme».

L'iter per la proposta di leggi di iniziativa popolare è disciplinato in Lombardia dalla regge regionale 1/1971, che prevede i requisiti fondamentali per farsi promotori della proposta di legge e i passaggi necessari per portarla a termine, tra cui la possibilità di avvalersi, appunto, dell'Ufficio Legislativo del Consiglio nella redazione del progetto e la necessità di utilizzare i moduli di raccolta firme vidimati dalla Regione stessa.
La proposta dovrà essere sottoscritta da almeno 5000 cittadini elettori in 180 giorni, per poter essere poi sottoposta all'ufficio di Presidenza del Consiglio e trasmessa poi alla commissione consiliare competente per la valutazione.

Diego Moratti & Erica Balduzzi

Altre esperienze regionali italiane
In Italia, la prima legge regionale dedicata all'economia solidale è la legge 19/2014 dell'Emilia Romagna. Il processo di innovazione e attenzione ai modi alternativi di fare economia è proseguito poi, sempre in ambito nazionale, con altre proposte di legge regionali (ad esempio in Abruzzo nel 2015) e l'approvazione di norme regionali sulla scia di quella emiliana, come è accaduto in Friuli Venezia Giulia con la legge regionale n.4/2017 “Norme per la valorizzazione e la promozione dell'economia solidale”. Più ampio è invece l'ambito della legge della Provincia autonoma di Trento n. 13/2010 “Promozione e sviluppo dell'economia solidale e della responsabilità sociale delle imprese”, che oltre a inserire l'attenzione all'economia solidale dà risalto anche alla valenza sociale di questo tipo di attività economica. 
 
 
Approfondimento in collaborazione con Bio Distretto dell'Agricoltura Sociale di Bergamo
Riferimento foto: Elisabetta Bani, docente di diritto dell'economia all'Università degli Studi di Bergamo
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