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Non al petrolio non al gas né al carbone

Non al petrolio non al gas né al carbone

Economia e idrocarburi: quali scenari per il futuro?

Qualche anno fa usavo ascoltare con trasporto il brano di apertura di “Failing Songs”, superbo album del cantautore Matt Elliott.

“Our weight in oil” cantava la desolazione di un futuro prossimo distopico, in cui l’uomo, ridotto per lo più in schiavitù, parametrava il proprio valore ad un barile di petrolio.

Non nascondo di aver riposto la mia fiducia in quei versi per molto tempo, ritenendo il sistema economico dominante impossibilitato ad affrancarsi dalla dipendenza dagli idrocarburi in virtù di cause quasi congenite.

Senza scomodare statistiche scrupolose e titolatissimi analisti geopolitici, basterebbe interrogare la realtà con i propri occhi per rilevare quanto l’energia ricavata da combustibili fossili condizioni il nostro ecosistema in modo intollerabile.

Pensiamo solo alla geografia antropica della Pianura Padana: una sterminata distesa di arterie stradali costellate da distributori di benzina e nuclei urbanizzati ad altissima intensità, rigorosamente riscaldati a gas.

Ma se il paesaggio filtrato dalla retina non sembra autorizzarci all’attesa di un cambiamento epocale, i numeri che abbiamo accantonato in modo frettoloso qualche riga più sopra smentirebbero, almeno in parte, il pessimismo estetico che volentieri ci contagia spostando il baricentro del pensiero razionale dalla calotta cranica al basso ventre.

All’interno dei nostri confini è stato infatti svolto un enorme lavoro di ammodernamento della filiera energetica, il quale ha di recente insignito l’Italia della medaglia d’oro (occorreranno mesi per smaltire il gergo olimpico) per l’utilizzo del fotovoltaico. Proprio così: il nostro è il paese dove l’energia solare copre ben l’8% dei suoi consumi energetici.

Seguono in classifica nazioni come la Grecia con il 7,4% e la Germania con il 7,1%. Lo testimonia il rapporto dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), organizzazione intergovernativa dell’Ocse che raccoglie 29 fra i paesi maggiormente industrializzati al mondo.

Il rapporto Snapshot of Global PV Markets spiega che la capacità produttiva mondiale del fotovoltaico nel 2015 è cresciuta di 50 GW (gigawatt), arrivando ad almeno 227 GW.

La crescita maggiore è stata in Cina, con 15,3 GW in più nel 2015, seguita da Giappone (11 GW), Usa (7 GW), Ue (7 GW) e India (2 GW). La regione Asia-Pacifico rappresenta da sola il 59% del mercato globale dell’energia solare.

Dopo Italia, Grecia e Germania, i paesi che utilizzano di più il fotovoltaico sono il Belgio e il Giappone (intorno al 4%), poi la Bulgaria, la Repubblica ceca e l’Australia (intorno al 3,5%).

La Cina è solo 21esima, con solo l’1% del suo fabbisogno coperto dal sole. Peggio ancora gli Usa, al 25esimo posto con meno dell’1%. Sono dati che confermano una posizione di rilievo dello stivale nel campo dell’energia pulita.

Ma questo grazie alla rendita di posizione accumulata con lo sforzo compiuto soprattutto tra il 2007 e il 2012. Le rinnovabili hanno toccato un picco di produzione elettrica nel 2014 (43%). Abbiamo una leadership storica nel campo della geotermia, mentre il fotovoltaico è all’8% della quota elettrica.

Eppure i contributi ai combustibili fossili sono cresciuti mentre il sostegno alle rinnovabili diminuiva. Gli aiuti a petrolio, carbone e gas sono saliti dai 12,8 miliardi del 2013 ai 13,2 miliardi di dollari del 2014 (il dato viene dal Fondo monetario internazionale). Inoltre i tagli agli incentivi alle rinnovabili hanno contribuito a smorzare l’interesse degli investitori in Italia lo scorso anno, secondo il giudizio delle Nazioni Unite, riportato nel rapporto Global trends in renewable energy investment, mentre nel mondo da anni più della metà della nuova potenza elettrica installata viene dalle fonti pulite.

Mobilità alternativa

“Naturale” corollario di questo atteggiamento regressivo è la sistematica sottovalutazione delle potenzialità di alcune innovazioni tecnologiche che, viceversa, altrove trovano la massima attenzione.

Clamorosa è in particolare l’eccessiva cautela nei confronti dei progressi che si stanno registrando in due settori che, tra l’altro, vanno sinergicamente a braccetto: gli accumuli elettrochimici e la mobilità elettrica. Eppure il 25 febbraio scorso è uscito uno studio di Bloomberg New Energy Finance, secondo cui nel 2022 veicoli elettrici costeranno come quelli tradizionali e nel 2040 un quarto del parco circolante sarà a trazione elettrica, con il conseguente spiazzamento di 13 milioni di barili di greggio al giorno e un aumento della domanda elettrica di 1.900 TWh (quasi l’8% dei consumi elettrici mondiali del 2015).

In queste previsioni Bloomberg non considera a sufficienza l’effetto della politica del governo cinese nella promozione della mobilità elettrica, per contrastare livelli di inquinamento urbano considerati non più accettabili.

Grazie alle misure di sostegno varate, Xindayang, un piccolo costruttore di vetture elettriche, che recentemente ha avviato una joint venture con Geely, un big del settore automobilistico, ha messo in vendita una piccola auto elettrica urbana, molto spartana, al prezzo di 10.000 dollari.

BYD, l’altro importante produttore di veicoli elettrici, che fra i suoi investitori annovera Warren Buffett, offre una vettura più comoda a 20.000 dollari. Prezzi, entrambi, ormai accessibili per le tasche di centinaia di milioni di cittadini cinesi.

Ma il cambiamento vanta anche una matrice europea: i Paesi Bassi si apprestano a compiere il prossimo passo verso un futuro senza auto a benzina e diesel. Il 13 ottobre il Parlamento tornerà a discutere la proposta di vietare dal 2025 la vendita di nuovi veicoli con motore a combustione.

Secondo la proposta, smussata rispetto alla bozza iniziale, che prospettava un divieto assoluto, tra nove anni dovrebbe essere messa al bando solo la vendita di nuovi veicoli a benzina e diesel. Stando a dati dell’Acea (l’associazione europea dei costruttori) elaborati dal tedesco “Manager magazin”, nel 2015 la Norvegia era l’unico Stato in Europa in cui le auto elettriche rappresentavano oltre il 20% del totale delle nuove immatricolazioni (22,7%), seguita dai Paesi Bassi, col 9,7%.

L’Italia è in fondo alla classifica, insieme ad esempio a Spagna e Polonia, con meno dello 0,5%. I numeri non mentono, certo, ma le interpretazioni suscitate lacerano e disorientano.

L’economia globale ha davvero imboccato la tortuosa via del cambiamento? “And that revolution never came” recitava il brano di Elliott, chissà se riusciremo a smentirlo.

Davide Albanese

 

(Fonte IEA)

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