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Oh My God: OGM!

Oh My God: OGM!

Da Michael Specter a Vandana Shiva, passando per Petrini, Veronesi e Cattaneo: uno dei temi spinosi di Expo 2015 accende il dibattito sulla gestione dell’agroalimentare

“Seeds of Doubt”, è questo il titolo dell’inchiesta pubblicata sul New Yorker dal giornalista Michael Specter su Vandana Shiva, attivista indiana conosciuta per le sue battaglie contro la coltivazione di vegetali geneticamente modificati e contro l’egemonia delle multinazionali sul mercato. Il lungo articolo ha fatto tornare il dibattito sugli Ogm in primo piano anche in Italia, dove Carlo Petrini, Umberto Veronesi, Elena Cattaneo e la stessa Shiva hanno animato le pagine del quotidiano La Repubblica con interventi puntuali che si concedono, forse, qualche eccesso polemico di troppo, vista la delicatezza del tema.

Il tema degli Ogm è spinoso anche in vista delle riflessioni a cui vuole invitare Expo: Shiva collaborerà con l’Esposizione universale come Ambassador, facendosi portavoce del messaggio dell’evento. Ma il significato di “Nutrire il pianeta, Energia per la vita” è così univoco? L’articolo di Specter è molto critico nei confronti di Shiva e mette in discussione le sue posizioni contro gli Ogm e i dati che l’attivista indiana usa per sostenere le sue dichiarazioni. Al di là delle polemiche sui titoli accademici della Shiva e la relativa contropartita dei media comprati dalle multinazionali, la discussione è aperta e prender posizione è tutt’altro che semplice.

Biodiversità e fame nel mondo

Tra gli argomenti principali portati avanti da Shiva e in generale dalla folta schiera di oppositori agli Ogm, il principale è forse che la loro coltivazione comprometta gli ecosistemi e la biodiversità, visto che l’idea stessa di modificare geneticamente un organismo va, secondo molti, contro natura. È anche vero che come afferma Veronesi, la genetica applicata all’agricoltura può avere effetti positivi; Ingo Potrikus, ricercatore dell’università svizzera ha studiato il fenomeno di cecità diffusa nei bambini orientali e ha capito che era dovuta a una carenza di vitamina A. Ha poi inserito il gene che produce questa vitamina nel Dna del riso ottenendo il Golden Rice, che sembra aver notevolmente migliorato il problema in questi paesi. Secondo Veronesi, la ricerca su come utilizzare la genetica per fermare la fame nel mondo è sempre più urgente. «Gli esseri umani da sfamare sulla Terra sono già 7 miliardi e saranno 9 miliardi fra poche decine di anni, a cui vanno aggiunti 4 miliardi di animali da allevamento. Il mondo vegetale non si può moltiplicare agli stessi ritmi e dunque dobbiamo trovare come assicurare la sopravvivenza della vita sul pianeta».

Sicurezza e salute: il mais transgenico

Ma gli Ogm sono sicuri per la salute di chi li consuma? Anche in questo senso gli scienziati si dividono: Specter cita una scienziata della Commissione europea secondo cui: «La paura degli Ogm non è veramente motivata dal pericolo di queste biotecnologie, ma dalla diffidenza verso le multinazionali che dominano l’industria». Vandana Shiva si appella invece a ricerche che affermano la pericolosità degli organismi geneticamente modificati sulla nostra salute e altri scienziati come Eric Chivian della Harvard Medical School rincarano la dose affermando che «le preoccupazioni scientifiche sugli insetticidi neurotossici usati per coltivare il mais geneticamente manipolato non possono essere sottovalutate».

Il mais, in effetti, è il simbolo del dibattito sugli Ogm, forse perché si tratta della sperimentazione transgenica agricola più diffusa e rodata. Il mais Bt è l’unica pianta Ogm coltivata in Europa da ormai 16 anni e finora le prove concrete che abbia arrecato un qualsiasi danno sono dubbie. Secondo Roberto Defez, ricercatore del CNR di Napoli il mais Bt evita due trattamenti con insetticidi velenosi per parassiti del mais e tossici per gli uomini e altri animali. «Vietare la coltivazione di un mais Ogm del tipo Bt significa costringere gli agricoltori a usare più insetticidi e pesticidi in generale. Non a caso tra il 2000 e il 2012 l’Europa ostile agli Ogm ha raddoppiato la sua spesa per pesticidi (da 6 a 12 miliardi di dollari), mentre gli Usa, che coltivano Ogm, spendono sempre la stessa cifra: nove miliardi di dollari». Defez sostiene che chi vieta gli Ogm non lo fa su basi scientifiche, ma politiche. Anche per Vandana Shiva la politica prende spesso le redini della scienza, ma in senso opposto: le multinazionali come la Monsanto o la Syngenta commissionerebbero ricerche scientifiche ad hoc per dare valore alle proprie posizioni nello scenario politico internazionale.

Anche Veronesi interviene sulla questione del mais transgenico; secondo lo scienziato italiano, il nostro mais crescendo in un clima molto caldo sarebbe facile preda della piralide, un parassita che facilita l’insediamento dell’aspergillus, produttore di tossine. Il mais diventa cibo per l’uomo e per le mucche che quindi producono latte contaminato. «Negli Stati Uniti hanno trovato il modo di inserire un gene nel mais che lo renda resistente alla piralide, senza dover utilizzare gran quantità di pesticidi. Un intervento ottimo per l’economia e la salute, che però nel nostro paese non ha potuto essere realizzato. Perché?» domanda Veronesi.

Sulla stessa linea l’intervento di un’altra scienziata italiana, Elena Cattaneo, che nella sua lettera pubblicata da Repubblica scrive: «L’Agenzia che certifica la sicurezza ambientale e umana (Efsa di Parma), la Commissione Europea, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e una moltitudine di scienziati abituati al confronto internazionale hanno controllato e concluso che il mais Bt è sicuro. O meglio, che è più sicuro per l’ambiente e la salute umana del mais tradizionale irrorato da insetticidi o del mais biologico che presenta talvolta preoccupanti livelli di micotossine cancerogene».

La questione delle importazioni di prodotti Ogm dall’estero deve far riflettere. Cattaneo suggerisce che molti prodotti certificati come made in Italy non potrebbero esistere senza mangimistica Ogm, importata da altri paesi. Nessuno si è mai lamentato della bontà o genuinità di questi prodotti, il problema semmai è economico: «Il settore agroalimentare è in deficit fisso per almeno 4 miliardi di euro all’anno da decenni. Questi sono dati certi e dimostrati».

Gli Ogm e il controllo delle multinazionali

Un altro punto su cui la Shiva si concentra nella storica campagna contro gli Ogm è lo sfruttamento economico che le multinazionali come Monsanto esercitano sugli agricoltori dei paesi più poveri. Spesso l’azienda che detiene il brevetto del seme Ogm lo vende ai contadini a prezzi troppo elevati, i contadini non possono permetterseli e in troppi casi la disperazione li porta al suicidio; le multinazionali contribuirebbero a creare un sistema economico disequilibrato che distrugge l’economia locale. Secondo Specter la campagna anti-Ogm non tiene in considerazione il contributo che il cotone Bt ha avuto nel migliorare la condizione dei contadini indiani, ridurre l’uso di pesticidi e quindi le malattie dei coltivatori. Specter contesta anche la correlazione tra l’aumento di suicidi tra i contadini indiani e l’introduzione sul mercato locale di semi geneticamente modificati. “L’argomento che i contadini si suicidano per i debiti, e non per gli Ogm, è specioso – risponde sulle pagine di Repubblica la Shiva-. Gli agenti della Monsanto che vendono semenze Ogm, fertilizzanti e pesticidi, sono gli stessi che fanno il credito. Il contadino prima si indebita per le semenze di cotone, poi scopre di dover comprare più fertilizzanti e pesticidi e s’indebita ancora; è questo ciclo vizioso che spinge al suicidio».

Interessante la puntualizzazione di Carlo Petrini, presidente di Slow Food e sostenitore convinto della campagna anti-Ogm, rispetto alle assunzioni di responsabilità di chi si occupa del cibo che mangiamo: «Quando parliamo di Monsanto, Syngenta, Bayer sembra di parlare di società anonime, non si sa chi c’è dietro, cosa pensa, cosa vuole e che progetti ha, perché non c’è modo di associare un nome a un’azione».

Un dibattito aperto

Ritornando alle riflessioni che ruotano attorno a Expo 2015, non si può non includere il dibattito sugli Ogm, la cui complessità va al di là del semplice pro e contro. Bisogna capire che significato attribuire al messaggio di Expo; da un lato, nutrire il pianeta significa rispettare gli equilibri che la terra impone attenendosi alla sovranità alimentare, il principio per cui ogni paese deve poter decidere le proprie politiche agricole in base alle necessità nutrizionali, economiche, culturali ed ecologiche della terra che ci ospita. Va in questa direzione il via libera finale del Consiglio Ue alle nuove regole che consentono agli Stati membri di poter scegliere se limitare o vietare la coltivazione di organismi geneticamente modificati sul proprio territorio nazionale, accolto positivamente da Roberto Moncalvo, presidente di Coldiretti, associazione da sempre schierata contro gli Ogm.

Dall’altro lato però, non si può ignorare o etichettare semplicisticamente come corrotta la voce di molti scienziati autorevoli secondo cui gli Ogm sono un valido strumento per fronteggiare il fabbisogno alimentare della popolazione mondiale, in costante crescita. Secondo i dati emersi dall’analisi di Specter, per soddisfarlo i contadini nei prossimi 75 anni dovranno coltivare più cibo di quanto ne sia stato prodotto in tutta la storia dell’umanità.

Tornare a nutrirci e nutrire il pianeta in modo equilibrato, nel rispetto di ciò che la terra naturalmente può produrre è possibile? O forse è troppo tardi, ormai le nostre scelte hanno segnato il pianeta con un’impronta non più riassorbibile dall’ecosistema nel suo complesso e quindi siamo obbligati a modificare l’ambiente per adeguarlo a ritmi che noi stessi abbiamo imposto e ai quali non riusciamo/vogliamo rinunciare. La riflessione rimane aperta dunque, via alle argomentazioni, bando agli slogan.

Mara D’Arcangelo

Marzo 2015

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