Il referendum confermativo sulla riforma costituzionale in programma il prossimo 4 dicembre sta dividendo l’opinione pubblica, in modo molto difforme rispetto ai tradizionali criteri di demarcazione dell’elettorato italiano.
Si stanno creando gruppi di pensiero a favore o contro la riforma che sono molto eterogenei fra loro e questo, forse, non è un segnale del tutto negativo, poiché presuppone una volontà di approfondimento individuale rispetto ai soliti semplicistici meccanismi di identificazione con i partiti.
Superati i mesi di fuorvianti personalismi e di slogan pro e contro il governo, con le solite considerazioni che continuano a ripetersi all’infinito, molti stanno piuttosto cercando di entrare nel merito della riforma, per capire quale delle due posizioni rappresenti meglio il proprio orientamento.
Anche all’interno della redazione del nostro giornale esistono posizioni molto differenziate e ciascuna ben motivata: la verità infatti è che questo voto non rappresenta una scelta tra il bianco o il nero, tra il giusto e l’ingiusto, o tra la democrazia e la sua fine. E non rappresenta nemmeno l’ultima possibilità rimasta per cambiare la Costituzione o morire.
Tutte le considerazioni che estremizzano gli esiti di questo referendum, in una direzione o nell’altra, rappresentano più che altro prese di posizione poco legate a effettivi scenari di cambiamento reale, sia che vinca il sì, sia che vinca il no.
Personalmente ritengo che ci siano aspetti che con questa riforma vengono decisamente migliorati, mentre su alcuni punti i cambiamenti proposti (o i compromessi raggiunti) sicuramente vanno in direzione opposta.
La valutazione complessiva, necessariamente soggettiva, dipende da quanto peso ciascuno di noi attribuisce ai diversi elementi che compongono la riforma e alle implicazioni ad essa correlate. Per questo motivo non vorrei soffermarmi sulla dettagliata analisi dei pro e contro dei singoli punti, che trovate all’interno del nostro giornale oppure ovunque nelle tante occasioni di dibattito e approfondimento su stampa, tv e web; vorrei invece spiegare il motivo per cui il mio personale orientamento complessivo si traduce in un convinto sì a favore della riforma.
In estrema sintesi, sono due ordini di considerazioni a farmi propendere per il sì: da un lato l’avversione nei confronti di un immobilismo ormai insostenibile, frutto di un costante eccesso di criticismo tutto italiano, sempre pronti a trovare mille ragioni per non cambiare mai nulla, salvo poi lamentarsi continuamente della situazione in cui siamo.
Un tale atteggiamento non porta nemmeno a cominciare a fare il primo passo, a salire il primo gradino di una scala. Se non ci si muove, l’unico risultato sicuro è quello di rimanere fermi. Modificare qualcosa può invece essere il modo per poi innescare una serie di cambiamenti successivi, magari più positivi di quelli inizialmente avviati.
Il secondo ordine di considerazioni attiene più ai contenuti della riforma ed è un tutt’uno con l’opinione che ho del concetto di democrazia.
A mio avviso la democrazia è per prima cosa “chiarezza delle responsabilità”: piuttosto che arrovellarsi su procedure, numero di poltrone ed equilibrismi parlamentari, conta di più secondo me poter individuare con chiarezza “chi sceglie che cosa”, quali sono le politiche effettivamente attuate ed avere a fine mandato una sorta di “tracciabilità” delle decisioni.
Se un governo ha lavorato complessivamente bene, lo rivoto, se non mi ha soddisfatto, avanti un altro. Più semplice è il funzionamento delle istituzioni, più efficace è il controllo da parte del popolo e più sostanziale è la democrazia.
Se invece ogni governo deve trovare di volta in volta una maggioranza variabile alla Camera o al Senato, se in ogni momento è a rischio di ricatto da piccoli gruppi di parlamentari che possono far cadere una maggioranza ad ogni votazione, allora ogni decisione dovrà trovare sempre nuovi consensi, compromessi e giustificazioni.
Preferisco sapere che chi governa ha tutta la capacità di decidere senza tanti alibi, in modo però da “inchiodare” ogni governo alle proprie chiare responsabilità.
Sono convinto che questo sarebbe anche un modo (forse l’unico) per obbligare i nostri politici a uscire di scena quando non vengono rivotati, perché il nostro sistema molto complicato e poco trasparente permette sempre vie di uscita secondarie.
Ci sono molte contraddizioni e molti compromessi in questa proposta di riforma costituzionale, ma tutto ciò che va nella direzione di semplificare almeno in parte il nostro farraginoso e frammentato sistema istituzionale ritengo sia opportuno e auspicabile. Dopo ogni riforma si può sempre continuare a migliorare o modificare ciò che non si ritiene corretto, senza cadere nella solita trappola che ogni cambiamento deve essere quello finale e definitivo.
Certo capisco tutte le critiche al governo, a una classe dirigente (da decenni) non all’altezza della situazione, capisco il timore di perdere tutele e garanzie assodate, capisco le accuse alla riforma di non produrre i risparmi sperati, di non essere scritta bene, di prevedere ancora troppe immunità parlamentari, ma in tutta onestà non mi sembra che la situazione attuale sia tanto migliore, tra sprechi vergognosi e parlamentari impresentabili, impasse istituzionali e lungaggini burocratiche infinite e soprattutto mai nessuno che sia responsabile di scelte politiche chiare.
Posso capire tutte le controindicazioni di questa riforma, posso capire tutte le critiche al governo, tuttavia anche solo per cominciare a cambiare questo sistema, scusatemi, ma io voto sì.
Diego Moratti






















































